In scena "Pranzo di Natale"
Lavoro scritto e rivisitato da Anna Maria Morgera

Gerardo Ardito
Torna in scena a dicembre la compagnia teatrale di Anna Maria Morgera, cultrice di storia e tradizioni popolari che tanto
ha dato alla citta' di Cava de' Tirreni. Sempre attenta, col suo acuto senso critico rivolto anche verso se stessa, non ha
mai usato mezzi termini per ammonire e giudicare i facili errori nei quali si puo' incorrere volendo intraprendere teatro,
recitazione o trattando pubblicamente argomenti a lei cari come, appunto, la cultura e le tradizioni popolari. La profonda
conoscenza dei temi trattati e il carattere forte che la contraddistinguono fanno di lei una rappresentante unica del
teatro cavese. Ogni spettacolo e' un successo. Tra tutti gli appuntamenti natalizi, da non perdere ci sara', dunque, anche
lo spettacolo scritto da Anna Maria Morgera.
La incontriamo durante le prove al Club Universitario Cavese, qualche giorno prima della messa in scena.
Anna Maria, qual e' il titolo di questo nuovo lavoro?
La rivisitazione del gia' noto spettacolo "Pranzo di Natale" .
Spettacolo riveduto, quali novita'?
"La grande novita' e' che non sono piu' io 'la madre superiora', ma e' Magda Bisogno, che
dopo tanti anni ha giustamente ereditato il mio ruolo di regista. Una continuita', data la mia eta', era indispensabile e
Magda e' stata la persona piu' adatta e capace a portare avanti il mio lavoro. Altra novita' e' che la compagnia ha ripreso,
su invito del Presidente Antonio Romano, nuovamente la guida della sezione teatro del Club Universitario, infine la
rivisitazione del testo. Le rivisitazioni dei testi di solito lasciano solo la base dell'originale. Nel caso specifico le
novita' sono l'ampliamento del testo e la caratterizzazione piu' marcata di alcuni personaggi".
Ci presenti la compagnia? "I Cavoti, dopo 35 anni, non credo abbiano bisogno, di presentazione. In tanti anni
abbiamo spaziato in molti campi, dal folklore, al teatro della scuola, al teatro di Eduardo, a quello di Viviani e via via
quello classico cha va da Garcia Lorca a Pirandello".
Nuovi ingressi, nuovi attori? "Fortunatamente si'. Abbiamo 12 debuttanti con tanta voglia di imparare, con
tanta passione. Come ben sai facciamo teatro per il gusto del teatro ma anche e forse principalmente, il piacere di stare
insieme. Non abbiamo mai posto limiti di eta' per cui l'eta' del gruppo e' compresa fra i 12 e i 70 anni. Questa integrazione
fra generazioni e' una cosa bellissima. Vedere una bambina di 12 anni lavorare e scherzare con una persona coi capelli
bianchi e' straordinario. Personalmente la reputo una vittoria contro il pregiudizio che vuole gli anziani incapaci di
essere ancora produttivi e i giovani sempre in conflitto generazionale con i vecchi".
Quando andrete in scena?
Il 21 dicembre, qui, nei locali del Club Universitario
Dove va il teatro cavese? Come e' cambiato in questi trent' anni? "Purtroppo, il teatro cavese non va molto
lontano. Se riesce a uscire dalle mura cittadine e' solo per la tenacia di chi davvero lo ama e ama Cava. Il teatro cavese
e' conosciuto molto di piu' fuori per il solito 'nemo propheta in patria'. Sappiamo benissimo che i teatranti cavesi da
anni riscuotono grandissimo successo fuori Cava. Fin tanto che non ci sara' un vero teatro e la volonta' politica di
realizzarlo e aprire la citta', che pure e' culturalmente e teatralmente vivace, ai grandi circuiti, non potra' mai andare
oltre i suoi attuali limiti. Salerno col teatro Verdi, San Severino, Pagani e Benevento insegnano, ma pare che nessuno
fino ad oggi abbia voluto guardare oltre il proprio naso. A livello locale il teatro non e' cambiato molto, perche' non vi
e' stato un significativo rinnovamento generazionale. Ma non si puo' dire che sia molto cambiato anche a livello nazionale,
dove la fanno da padrone i figli d'arte non sempre all'altezza dei genitori. Il sistema teatrale italiano, comunque, per
la scarsita' dei finanziamenti e per come e' strutturato, non agevola assolutamente lo sviluppo, meno che mai la ricerca.
C'e' la pur nobile volonta' di promuovere nuovi autori, ma sono pochissimi. In Italia non esiste piu' una letteratura
teatrale, non si investe sui giovani e molti talenti preferiscono andare all'estero, dove sappiamo che il 'made in Italy'
e' sempre ricercato. Coi con i chiari di luna economici e la concorrenza feroce della Tv le cose vanno piuttosto male.
Cosi' tutto rimane ordinariamente uguale. Non sono motivi per essere ottimisti la riapertura di tante sale, la formazione
di giovani compagnie, il proliferare di scuole di teatro; sono solo il segnale che sono ancora in tanti a volere che il
sipario si alzi".
Le sue aspettative per il futuro del teatro a Cava ed i suoi progetti per soddisfarle?
Fortunatamente, ormai io sono in pensione, ho appeso "il copione" al chiodo e posso stare in platea. Di sangue amaro ne
ho fatto fin troppo. Adesso tocca ai giovani impegnarsi e portare avanti e vincere le battaglie che hanno visto sconfitti
tutti i teatranti della mia eta'. Mi piacerebbe vivere abbastanza e vedere insieme a loro, il sempre promesso teatro a Cava,
magari andare all'inaugurazione (non importa se col bastone o la carrozzella) e poter dire: "Quarant' anni ci hanno messo,
pero' lo hanno costruito, abbiamo sbagliato a non aver fiducia....'mo putimmo accummincia' ru' capo!".
E per lei? Lo vive diversamente da allora? "Per me il teatro e' sempre una grande passione, che vivo
(dall'esterno) con immutato entusiasmo, nei limiti delle possibilita' e competenza. Oggi io sono molto serena perche' so che
comunque in tanti anni ho lavorato con sincera onesta' intellettuale avvicinando al teatro molte generazioni. Con trent'anni
di meno e con l'ausilio degli attuali mezzi informatici che abbiamo a disposizione, farei molte cose che non ho potuto fare.
Come la gran parte dei teatranti della mia generazione, vivo il teatro molto criticamente, perche' nel "tutto cambia" si va
verso il peggio non il meglio. Il rammarico e' che le porte del teatro sono chiuse ai giovani, oggi va di moda "Amici", va
di moda "L' isola dei famosi", il lato B vince sul talento. Per me va bene il reality, vanno bene i tronisti e le talpe,
diciamo che va bene tutto, ognuno e' libero di vedere e accettare per buono quello che vuole e che gli piace, fermo
restando non si venda per teatro quello che teatro non e'. Il teatro e' sacrificio, se fosse un lavoro manuale farebbe
venire i calli alle mani.. Se 14mila persone fanno a cazzotti per entrare in un reality, non e' certo per la passione per
teatro, piuttosto per il miraggio di un facile successo. I giovani vogliono ben altro che fare la gavetta sulle tavole
del palcoscenico e forse non hanno nemmeno tutti i torti: quello che sta accadendo nel mondo e la disoccupazione fanno
scordare anche a noi vecchi teatranti, la passione che ci ha animato. Ad ogni buon conto, nella mia modesta carriera ho
sempre sostenuto un principio: mai illudere i giovani, e mi spiace che, si facciano illudere da tante persone che vendono
fumo e promettono facili successi. Non ci si improvvisa teatranti, registi, meno che mai attori. Il teatro vero si
costruisce sullo studio, sul sacrificio, su un lavoro costante fuori dagli stereotipi che ci propinano come arte, mentre
invece e' solo apparenza e compromesso".
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